Vi presento il decreto farsa di Salvini

Dario ParriniDiDario Parrini

Vi presento il decreto farsa di Salvini

Avrebbero dovuto chiamarlo non “decreto sicurezza” ma “decreto clandestinità”, o “decreto illegalità”.

Le nuove norme volute da Salvini per la gestione dei flussi migratori provocheranno l’aumento dell’insicurezza dei cittadini per due motivi.

Perché faranno crescere il numero di immigrati irregolari nel nostro Paese. E perché, invece di migliorarle e rafforzarle con interventi organici, demoliranno le politiche di accoglienza e di integrazione esistenti, in primo luogo lo Sprar. Il tutto senza nessun nuovo serio stanziamento né per incrementare l’organico delle forze dell’ordine né per supportare i comuni danneggiati da tale svolta.

Il governo e la maggioranza hanno respinto gli emendamenti del Pd che andavano in questa direzione e hanno fatto orecchie da mercante di fronte ai preoccupati appelli provenienti dal mondo dell’associazionismo laico e cattolico impegnato nelle attività umanitarie e di accoglienza.

Ma il provvedimento passato ieri in prima lettura al Senato non è solo pericoloso. È anche insufficiente.

C’è, in questo atto legislativo, e nelle sconclusionate dichiarazioni che l’hanno preceduto e lo seguiranno, qualcosa che possa permetterci di compiere dei passi avanti sul fronte delle ricollocazioni in ambito Ue e su quello degli sforzi per modificare il Trattato di Dublino? Non c’è niente.

I rimpatri stanno calando, e lo stesso Salvini ha dovuto sconfessare la sua promessa elettorale di farne 500 mila in pochi mesi dicendo che a questo ritmo serviranno ottant’anni per onorarla. C’è, in queste norme, qualcosa che serva concretamente ad accelerarli? Non c’è niente: né più fondi, né azioni per potenziare gli accordi bilaterali.

Servirebbe una politica estera e di cooperazione internazionale seria e efficace. Ma non se ne vede l’ombra. E per avere una politica estera seria servirebbe un governo rispettato, ascoltato e considerato in Europa. Purtroppo sta avvenendo il contrario: le inutili e insistite esibizioni di aggressività del nostro esecutivo hanno reso l’Italia un Paese isolato e snobbato sulla scena internazionale come mai era successo negli ultimi decenni.

Non caviamo un ragno dal buco. Solo parole.

Stando così le cose, al ministro degli interni non resta che sbandierare la riduzione degli sbarchi. Che però non è merito suo, essendo notoriamente un naturale sviluppo del lavoro svolto dal suo predecessore al Viminale. Questo decreto oltre che pericoloso e insufficiente è anche illiberale.

In più punti, con disposizioni che vanno dall’eliminazione dei permessi umanitari alle restrizioni alla libertà personale fino agli articoli sulla cittadinanza, calpesta la Costituzione e tutta una serie di diritti fondamentali. Fa diventare l’Italia non solo più insicura ma anche più incivile.

I richiami ufficialmente formulati da Mattarella dovevano avere un seguito. Li hanno ignorati.

Infine questo decreto è stato portato avanti in Senato dando prova di arroganza, di improvvisazione sconclusionata e di volontà sfrenata di mortificare il ruolo del Parlamento. Nel M5s sta infuriando una crisi di nervi: tra condoni edilizi e condoni fiscali, tra una retromarcia sul Tap e un voltafaccia sul Muos, bandiere storiche del Movimento sono state fatte a pezzi per ragioni di puro potere.

Contemporaneamente si aggrava lo scontro coi leghisti: questo ci dice la pantomima sulla prescrizione; questo ci dice la gravissima decisione di rimuovere il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana.
In un contesto del genere, il governo non si è fidato della tenuta dei grillini e ha optato per la tagliola del voto di fiducia.

La cosa paradossale è che ad un meccanismo demonizzato per tutta la scorsa legislatura ci si è aggrappati come ad un’irrinunciabile ciambella di salvataggio. E così il “decreto illegalità” è diventato anche un “decreto farsa”.

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Dario Parrini è stato Segretario del Partito Democratico della Toscana e attualmente è membro della Direzione Nazionale. Già Deputato, è attualmente Senatore della Repubblica eletto nelle fila del Partito Democratico
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